Tornare a casa e sentirsi estranei: cosa ci insegna Ulisse sul cambiamento
Il ritorno di Ulisse come metafora di chi, dopo una prova difficile, torna tra le persone di sempre sentendosi però profondamente cambiato.
8/20/20263 min read


Tornare a casa dovrebbe significare ritrovare qualcosa di familiare.
Le stesse persone, gli stessi luoghi, le stesse abitudini. Eppure, a volte, dopo aver attraversato una malattia, una crisi personale, un lutto, un periodo di burnout o una fase particolarmente difficile della propria vita, il ritorno non coincide affatto con la sensazione di essere finalmente “a casa”.
Perché il luogo può essere lo stesso, ma la persona che vi ritorna non lo è più.
Il mito di Ulisse offre una metafora molto potente di questa esperienza. Dopo anni di viaggio, prove, perdite e trasformazioni, Ulisse torna a Itaca ma non viene immediatamente riconosciuto. Rientra nei luoghi che gli appartengono assumendo inizialmente l’aspetto di uno straniero.
Questa immagine può parlare anche alla nostra esperienza psicologica: cosa succede quando torniamo dalle persone di sempre, ma sentiamo di non essere più quelli di prima?
Quando gli altri continuano a vedere la nostra vecchia versione
Dopo un’esperienza difficile, spesso chi ci circonda desidera che tutto torni alla normalità.
Può essere un desiderio comprensibile. Anche le persone che ci vogliono bene hanno bisogno di ritrovare punti di riferimento conosciuti.
Il problema nasce quando quella normalità non esiste più.
Chi attraversa una crisi può modificare il proprio modo di vedere le relazioni, le priorità, il lavoro, il proprio corpo o semplicemente il modo di percepire sé stesso.
Eppure gli altri possono continuare a rivolgersi a quella persona come se nulla fosse accaduto.
Da qui può nascere una sensazione particolarmente dolorosa: essere presenti fisicamente, ma sentirsi emotivamente invisibili.
Non perché gli altri necessariamente non ci amino, ma perché possono faticare a comprendere la trasformazione che è avvenuta dentro di noi.
La fatica di spiegare ciò che abbiamo vissuto
Non sempre è facile raccontare cosa ci è successo.
Alcune esperienze sono difficili persino da comprendere per chi le ha vissute. Tradurle in parole e renderle comprensibili agli altri può diventare ancora più complicato.
Per questo, a volte, si sceglie di mostrare soltanto una parte di sé.
Si minimizza.
Si risponde “sto bene”.
Si evita di raccontare ciò che fa ancora male per paura di appesantire gli altri, essere giudicati oppure apparire diversi.
Ma più nascondiamo ciò che abbiamo vissuto, più può aumentare la distanza tra ciò che gli altri vedono e ciò che realmente sentiamo.
È una forma di solitudine particolare: essere circondati da persone conosciute e, allo stesso tempo, avere la sensazione che nessuno sappia davvero cosa stiamo vivendo.
Il desiderio di tornare quelli di prima
Dopo una fase dolorosa può comparire anche un’altra pressione.
Quella di “tornare come prima”.
Riprendere gli stessi ritmi.
Comportarsi nello stesso modo.
Occupare nuovamente il ruolo che gli altri erano abituati ad attribuirci.
Ma non sempre tornare indietro è possibile. E, soprattutto, non sempre è desiderabile.
Alcune esperienze ci modificano profondamente.
Possiamo diventare più vulnerabili in alcuni aspetti e più consapevoli in altri. Possiamo scoprire limiti che prima ignoravamo oppure esigenze che avevamo sempre messo da parte.
Cercare a tutti i costi di rientrare nella propria vecchia identità può generare ulteriore sofferenza.
A volte la domanda non dovrebbe essere:
“Come faccio a tornare quello di prima?”
ma:
“Chi sono diventato dopo quello che ho attraversato?”
Quando cambiano anche le relazioni
Ogni cambiamento personale modifica inevitabilmente qualcosa anche nelle nostre relazioni.
Se una persona che ha sempre detto di sì comincia a mettere dei confini, qualcuno potrebbe percepirla come più distante.
Se una persona abituata a prendersi cura di tutti comincia a chiedere aiuto, gli equilibri familiari possono cambiare.
Se cambiano valori, priorità o bisogni, anche alcune relazioni possono essere chiamate a trasformarsi.
Questo non significa necessariamente che debbano interrompersi.
Significa però che potrebbero avere bisogno di trovare una nuova forma.
Il vero riconoscimento non consiste necessariamente nel ritrovare esattamente la persona che conoscevamo.
Può significare imparare a conoscere nuovamente qualcuno che è cambiato.
Essere riconosciuti dagli altri e riconoscersi
Nel ritorno di Ulisse il tema del riconoscimento è centrale.
Ma da un punto di vista psicologico esiste anche un riconoscimento ancora più personale: quello di sé stessi.
Dopo una trasformazione può servire tempo per integrare ciò che è accaduto nella propria identità.
Non siamo soltanto la persona che eravamo prima della difficoltà.
Ma non siamo nemmeno soltanto ciò che ci è successo.
La sfida consiste nel riuscire a dare spazio all’esperienza vissuta senza lasciare che diventi l’unica definizione possibile di noi stessi.
Riconoscersi significa poter pensare:
“Sono cambiato, ma continuo a essere io.”
Tornare a casa può significare costruire una nuova casa
Esistono momenti della vita in cui il ritorno non coincide con il recupero del passato.
Forse questo è uno degli aspetti più profondi della metafora di Ulisse.
Dopo un lungo viaggio, non sempre possiamo semplicemente riprendere la nostra vita dal punto in cui l’avevamo lasciata.
A volte dobbiamo costruire un nuovo equilibrio.
Permettere agli altri di conoscere ciò che siamo diventati.
Accettare che qualcuno possa aver bisogno di tempo per comprenderci.
E, soprattutto, concederci il diritto di non dover continuamente interpretare la versione di noi stessi che gli altri ricordano.
Perché cambiare dopo aver attraversato qualcosa di importante non significa aver perso sé stessi.
Può significare aver incontrato parti di noi che prima non conoscevamo.
E forse il vero ritorno a casa comincia proprio quando smettiamo di domandarci se siamo ancora quelli di prima e iniziamo a riconoscere, senza vergogna, chi siamo diventati.
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