La famiglia non è un caso: lo sguardo psicologico tra valutazione e cura

Lo sguardo psicologico sulla famiglia tra valutazione e cura: pregiudizi inconsapevoli, sintonizzazione affettiva e Riforma Cartabia.

FAMIGLIA

6/5/20264 min read

a family of four on a beach
a family of four on a beach

C'è un'immagine che continua a tornare, nel lavoro clinico e in quello forense: quella di chi osserva una casa attraverso il buco della serratura. Si vede qualcosa — forse qualcosa di importante. Ma si vede solo un angolo. Un frammento. Non si sa cos'è successo un'ora prima, come suona quella famiglia la domenica mattina, cosa si porta dentro un bambino quando torna da scuola.

Eppure, in molti dei casi che ho incontrato nel corso degli anni, alcune delle decisioni più pesanti sulla vita delle persone erano state costruite esattamente così: su una visione parziale, scambiata per la verità intera.

Vedere, non soltanto valutare

John Bowlby ci ha insegnato che la qualità di un legame non si coglie in uno scatto fotografico. Si vede nel tempo, nella ripetizione, nella capacità di riparare dopo un conflitto. Una valutazione condotta in poche sedute cattura un frammento, non il tutto.

Questo non significa che valutare sia inutile. Significa che valutare, da soli, non basta — e che senza la consapevolezza del proprio limite di sguardo, si rischia di produrre più danno che cura.

Le famiglie che entrano in un procedimento di tutela hanno paura. Una paura concreta, spesso fisica. Lo psicologo Stephen Porges ha spiegato come il sistema nervoso di una persona sotto minaccia si attivi in modalità difensiva: si irrigidisce, si chiude, risponde in modi che dall'esterno possono sembrare inadeguati. Un genitore che davanti a noi appare freddo o distante non è necessariamente così con i propri figli ogni giorno. È così con noi, in quel momento, perché ha paura di perderli.

Daniel Stern parlava di sintonizzazione affettiva: quella capacità di accordarsi allo stato interno dell'altro prima ancora di interpretarlo. Senza questa sintonizzazione, il rischio è sempre lo stesso — leggere la paura come colpa.

I pregiudizi che non vediamo

C'è un secondo problema, forse ancora più insidioso: i nostri pregiudizi inconsapevoli.

Daniel Kahneman ha dimostrato che il cervello umano categorizza velocemente, riempie i vuoti con aspettative preesistenti, si fida della prima versione dei fatti che riceve. In ambito familiare questo significa che, se il primo a contattarci è un genitore con una certa narrativa, tendiamo inconsapevolmente ad assumerla come quella vera. Se la famiglia che abbiamo di fronte è povera, migrante, o semplicemente diversa dal nostro modello culturale di riferimento, rischiamo di leggere la differenza come deficit.

Il sistema degli affidi — con le migliori intenzioni — ha prodotto, in alcuni casi, ingiustizie profonde. Non per cattiveria. Per cecità. E la cecità si cura con la consapevolezza: la supervisione clinica, il confronto tra colleghi, la riflessività professionale non sono optional. Sono requisiti etici. Sono il modo in cui ci prendiamo cura della qualità del nostro sguardo.

La Riforma Cartabia: un cambio di paradigma

Il D.Lgs. 149/2022 — la cosiddetta Riforma Cartabia — non è soltanto una riforma processuale. Aspira a essere un cambio di paradigma culturale, e alcune delle sue novità vanno esattamente nella direzione che stiamo descrivendo.

Il Tribunale per le persone, i minorenni e le famiglie supera la storica frammentazione tra Tribunale Ordinario e Tribunale per i Minorenni, restituendo finalmente un'unica sede giudiziaria alla stessa storia familiare. Per lo psicologo forense, questo significa poter offrire una lettura integrata, non spezzata in procedimenti paralleli che si contraddicono.

L'ascolto del minore (art. 473-bis.4 c.p.c.) diventa un diritto esigibile: i bambini che hanno compiuto 12 anni devono essere sempre ascoltati nei procedimenti che li riguardano, e anche i più piccoli — se capaci di discernimento — hanno diritto alla loro voce. Il nostro compito, come psicologi, è valutare quella capacità, creare condizioni di sicurezza emotiva, distinguere l'espressione genuina dal condizionamento. Non è un compito tecnico: è un compito profondamente relazionale.

La consulenza tecnica d'ufficio è chiamata a standard più alti: al CTU non si chiede più solo di rispondere a quesiti tecnici, ma di comprendere il sistema relazionale nella sua complessità, distinguendo chiaramente fatti osservati, interpretazioni cliniche e valutazioni. Un invito esplicito alla trasparenza epistemica: sapere da dove guardiamo, con quali categorie interpretiamo, con quali limiti operiamo.

La Riforma valorizza infine la mediazione familiare e la giustizia riparativa come percorsi alternativi o complementari al processo. Lo psicologo non è più soltanto l'esperto che risponde alle domande del giudice — è il facilitatore del dialogo, il professionista che accompagna le persone verso soluzioni condivise e sostenibili. Da una logica valutativa a una logica relazionale e trasformativa.

Le famiglie sono persone

Urie Bronfenbrenner ci ha ricordato che nessun bambino può essere compreso fuori dai suoi sistemi di appartenenza: la famiglia, la scuola, il quartiere, la rete sociale. Quando valutiamo, stiamo guardando da un solo livello di un sistema molto più complesso.

Winnicott ci ha lasciato un'idea che continua a guidarmi: quella dell'ambiente sufficientemente buono. Non perfetto, non infallibile — ma affidabile, presente, capace di tenere. Credo che questo sia esattamente ciò che le famiglie in difficoltà chiedono anche a noi: non la certezza di aver capito tutto, ma il coraggio di bussare alla porta. Di sedersi al loro tavolo. Di ascoltare prima di giudicare.

Lo sguardo professionale, quando è rispettoso e sintonizzato, cura già da solo. Essere visti, sentirsi compresi in un momento di crisi: questo produce cambiamento, prima ancora di qualsiasi intervento tecnico. Le neuroscienze interpersonali, con il lavoro di Allan Schore sulla regolazione affettiva, ce lo confermano: la relazione non è il contorno della cura. È la cura stessa.

Gli strumenti normativi sono migliorati. Ma gli strumenti funzionano solo se chi li usa porta con sé consapevolezza, umiltà e autentica curiosità verso le persone che ha davanti.

Il buco della serratura può diventare qualcosa di diverso: non il varco da cui si spia, ma la fessura da cui passa un primo filo di luce.

Il primo contatto tra chi soffre e chi può aiutare.

Copyright © 2025 Tutti i diritti riservati - Marica Malagutti

2025 Tutti i diritti riservati - Marica Malagutti