Hikikomori: comprendere il ritiro sociale estremo negli adolescenti e nei giovani adulti

Il fenomeno degli hikikomori è una forma profonda di ritiro sociale che coinvolge sempre più adolescenti e giovani adulti. In questo articolo esploriamo cause, segnali e percorsi di aiuto, con uno sguardo umano e professionale.

11/27/20253 min read

a woman sitting on a bed in a dark room next to a black cat
a woman sitting on a bed in a dark room next to a black cat

Negli ultimi anni il termine hikikomori è entrato sempre più spesso nel dibattito psicologico e sociale.

Deriva dal Giappone e significa letteralmente “stare in disparte”, ma oggi viene utilizzato anche in Italia per descrivere un fenomeno complesso: il ritiro sociale volontario e prolungato di adolescenti e giovani adulti, che scelgono di isolarsi dal mondo per mesi o anni, limitando quasi completamente i contatti con la scuola, gli amici e talvolta anche con la famiglia.

Non si tratta di “semplice timidezza” o di “ragazzi che non vogliono impegnarsi”: è una forma profonda di sofferenza psicologica che merita ascolto, comprensione e intervento.

Chi sono gli hikikomori

Gli hikikomori sono generalmente ragazzi tra i 13 e i 30 anni che vivono una chiusura progressiva dal mondo esterno.

La loro vita spesso si svolge quasi interamente nella loro stanza: dormono, mangiano, studiano o trascorrono il tempo online senza quasi mai uscire.

Pur non essendo riconosciuto come disturbo psichiatrico autonomo, il ritiro sociale estremo è un segnale importante di disagio emotivo.

Le caratteristiche più comuni sono:

  • isolamento volontario prolungato (almeno 6 mesi);

  • evitamento dei contesti sociali percepiti come fonte di giudizio o fallimento;

  • inversione del ritmo sonno–veglia;

  • forte uso di internet come unico canale di relazione;

  • paura e ansia rispetto al mondo esterno;

  • calo dell’autostima e senso di impotenza.

Da dove nasce il ritiro: un’emozione che si chiude, non che “fa i capricci”

Il ritiro sociale non è una fuga capricciosa.

È una risposta a un dolore che non trova parole.

Tra i fattori più comuni troviamo:

  • pressione scolastica e prestazionale (paura di fallire);

  • bullismo o esperienze di umiliazione;

  • sensibilità emotiva molto elevata;

  • difficoltà nelle relazioni (timidezza, social anxiety);

  • famiglie molto protettive o molto esigenti;

  • autostima bassa;

  • paura del giudizio;

  • conflitti non espressi all’interno del contesto familiare.

Il ritiro nasce quando l’adolescente percepisce il mondo esterno come troppo difficile, ostile o impossibile da affrontare.

La stanza come rifugio e prigione

Nella fase iniziale la propria stanza diventa un luogo sicuro: non ci sono richieste, non ci sono confronti, non ci sono fallimenti possibili.

Ma con il tempo la stanza diventa una prigione psicologica:

più si sta dentro, più uscire diventa impossibile.

Il mondo fuori continua a muoversi, i coetanei crescono, si diplomano, trovano amici e lavori.

Chi vive il ritiro sente che più il tempo passa, più “è rimasto indietro”, alimentando la vergogna e il senso di fallimento.

Il ruolo delle tecnologie

La tecnologia può essere sia un ponte che un ostacolo.

I ragazzi in ritiro spesso trovano online l’unico spazio in cui sentono di valere, di esistere, di fare parte di qualcosa. Chat, videogiochi e community diventano relazioni sostitutive, non sempre negative.

Il problema non è il digitale:

è quando il digitale diventa l’unico luogo possibile, perché il mondo reale fa troppa paura.

Famiglie e hikikomori: il dolore che non si vede

Il ritiro sociale non coinvolge solo il ragazzo, ma tutta la famiglia.

Genitori che non sanno come aiutare, che oscillano tra paura, frustrazione, senso di colpa e impotenza.

Spesso non sanno se “insistere”, “lasciare spazio”, “forzare” o “aspettare”.

La verità è che nessun genitore può affrontare questo problema da solo.

La chiave è chiedere aiuto e costruire una rete: psicologi, servizi territoriali, scuole, educatori.

Come si può intervenire

L’uscita dal ritiro è possibile, ma richiede tempo, gradualità e grande delicatezza.

Gli interventi più efficaci includono:

counseling psicologico o psicoterapia (individuale o familiare);

ricostruzione dell’autostima e delle capacità sociali;

lavoro con la famiglia per evitare dinamiche che rinforzano il ritiro;

accompagnamento graduale verso il reinserimento scolastico o sociale;

programmi educativi domiciliari;

comprendere e accogliere il vissuto del ragazzo senza giudizio.

Non esistono percorsi rapidi, ma esistono percorsi POSSIBILI.

Gli hikikomori non sono “ragazzi difficili”, “pigri” o “ribelli”.

Sono giovani che hanno smesso di credere di poter vivere nel mondo senza soffrire.

Il ritiro è la loro forma di sopravvivenza, non la loro identità.

Parlarne, riconoscerlo e accompagnarli significa restituire loro la possibilità di immaginare un futuro.